Tav o no?


Tratto da http://www.historiamagistra.it/hm/index.php?option=com_idoblog&task=viewpost&id=238&Itemid=147

Questo contributo cercherà di affrontare il problema dell’impatto ambientale della TAV/TAC con un approccio diverso dall’usuale: partirà infatti da quello che è, secondo noi, il quesito fondamentale  a cui occorre rispondere, nel valutare l’impatto ambientale della nuova opera: se essa non modifichi drasticamente la destinazione del territorio,  trasformandolo da quello che è attualmente in un corridoio di  servizio industriale.
La zona in discussione non è una valle alpina periferica, ove si trovi qualche rara forma di vita, di cui preoccuparsi per conservare il patrimonio delle specie; è parte integrante dell’area metropolitana torinese, da cui deriva la propria vitalità economica. Si tratta, in altre parole, di una zona mista, in cui l’aspetto residenziale gioca un ruolo determinante, e che si regge su un delicato equilibrio di fattori potenzialmente conflittuali.
Per questo motivo la Comunità Montana e i singoli comuni hanno da tempo elaborato una politica di valorizzazione del territorio che punta sul suo carattere di cerniera tra città e campagna; in altre parole, sui seguenti elementi:

la  presenza di verde, la vicinanza di parchi di interesse naturalistico, la felice esposizione, la quiete notturna, la disponibilità di asili e scuole inferiori per un popolo di pendolari relativamente benestanti;
la potenzialità culturale e ambientale di attività turistica, per cui si sta attrezzando il territorio con una serie di strutture ricettive, quali punti di accoglienza e aree attrezzate, con campagne di promozione di prodotti tipici, con l’organizzazione di feste e fiere paesane etc.

Questo secondo punto non è irrilevante. Nei discorsi dei politici che dall’esterno si sono avvicendati a spiegare la situazione presente e futura del territorio, l’unica forma di turismo presa in considerazione sembra essere quella legata all’industria dello sci. In realtà, la bassa valle possiede un patrimonio di monumenti storici di grande interesse culturale – il circuito delle abbazie medievali,  l’impianto romano e i monumenti di Susa, il borgo medievale di Avigliana, ed altri –  che può integrare l’offerta turistica complessiva della  zona. Inoltre, la  bassa valle di Susa offre una forma di turismo familiare più accessibile sotto il profilo del costo, che riscuote successo. Se qualcuno ha dei dubbi, può venire a controllare in occasione di una delle tante sagre locali.  Il giro di affari non comporta cifre dell’ordine delle decine di migliaia di miliardi, come le grandi opere costruite con il denaro pubblico, ma è un elemento importante nell’equilibrio economico della zona. Non stiamo ad enumerare le forme di attività che vi ruotano attorno; pensiamo che siano facilmente immaginabili.
Venendo ora al rapporto che intercorre tra l’esistenza di vie di comunicazione e la realtà appena descritta, esso è di natura ambivalente. Per un verso, l’esistenza delle strade statali 24 e 25 e di una linea ferroviaria abbastanza ben servita ha favorito il carattere metropolitano della zona, come è ovvio; basta osservare l’evoluzione degli insediamenti abitativi nell’ultimo secolo, per rendersi conto della connessione tra i due fattori. Il progressivo aumento di traffico, con il conseguente inquinamento chimico e acustico, tende tuttavia ad annullare la vivibilità  della zona, e quindi l’insieme dei suoi motivi di decorosa sopravvivenza.
Nella bassa valle esiste anche un grave problema di inquinamento chimico dei terreni. Negli anni ’90 del secolo appena trascorso, è stato dato il permesso a una acciaieria di seconda fusione  posta al confine tra i comuni di S. Didero e Bruzolo, più o meno a metà della bassa valle, di espandere  la sua produzione fino a raggiungere un volume annuo circa dieci volte più alto di quello dei decenni precedenti. L’autorizzazione è stata concessa senza alcuno studio delle conseguenze che si sarebbero avute sui terreni, sulla produzione agricola, e sulla salute della popolazione, in un clima di totale complicità tra azienda, potere politico ed enti di controllo. Il risultato  è che l’acciaieria emette più microinquinanti organici clorurati (diossine o diossine-simili) di quanto farebbero una ventina di megainceneritori moderni che operassero nelle peggiori condizioni previste dalla legge. I terreni circostanti all’acciaieria sono inquinati in misura significativa fino a una distanza di circa 10 km in direzione est e in direzione ovest. La concentrazione di inquinanti nella zona centrale è attorno al valore limite consentito  per le diossine – lo supera in una zona ristretta –  e decisamente al di sopra per quanto riguarda le concentrazioni di policlorodifenili. Queste risultano dieci volte maggiori, sia nel valore medio, sia nel valore massimo, rispetto al resto del territorio piemontese, e nel  punto peggiore superano di  cinquanta volte il valore massimo di legge.
Tra questi dati e il progetto di una nuova linea ferroviaria in valle di Susa ci sono relazioni di diverso carattere.

Un legame è immediato. Una volta eliminata o ridotta l’intensità sorgente, l’unico modo per contenere gli effetti negativi della presenza di microinquinanti nel terreno consiste nel lasciarli adsorbiti  alle componenti carboniose del suolo, visto che la decontaminazione è di fatto impossibile. I tempi di emivita di queste sostanze si misurano in decenni, ma non essendo solubili hanno una mobilità molto ridotta. Ebbene, tutte le opere all’aperto della nuova linea – i viadotti, i tratti in rilevato, la duplice interconnessione con la vecchia linea, le piattaforme di terra per i binari di stazionamento – sono collocate nella zona di massimo inquinamento dei terreni. Le nubi di polvere che sarà inevitabile sollevare per anni nelle imponenti operazioni di movimento terra, saranno le più tossiche tra quante sono state mai  prodotte in un cantiere.
Il secondo legame è di natura generale. La condizione della valle è già critica e richiederebbe interventi di risanamento, prima che il sommarsi di elementi negativi provochi un tracollo residenziale e agricolo. Non è credibile, per quante banalità vengano dette, che un’opera delle dimensioni della nuova linea ferroviaria risulti compatibile con un programma di risanamento, o anche solo di mantenimento dello stato attuale della valle.

I comuni della basse valle di Susa e la Comunità che li rappresenta si oppongono alla realizzazione della Torino-Lyon perché ritengono che la nuova infrastruttura avrà sul loro territorio un effetto devastante, sia in fase di costruzione sia in fase di esercizio, complementare a quello delle infrastrutture che già esistono. Per essere chiari, pensano che essa priverà di valore le zone che si sono fino ad ora salvate e ridurrà a nulla le politiche di sviluppo del territorio perseguite in questi anni.
L’impatto sul territorio della valle di Susa dei cantieri, dei depositi, del movimento terra nella fase di costruzione, sarà il più alto fra quelli di cui siamo a conoscenza. In valle di Susa,  come conseguenza di questo insieme di opere di scavo, si troveranno sul territorio della bassa valle – su una striscia di terreno larga un paio di km e lunga circa 40,  tralasciando la gronda attorno a Torino, che ha caratteristiche diverse –  più di una decina di cantieri e una quindicina di depositi di materiale di scavo, dispersi un po’ ovunque. I siti saranno tra loro connessi in vario modo, per camion ovviamente, ma anche per mezzo di nastri trasportatori. E’ del tutto evidente che lo schema del trasporto di materiale avrà le caratteristiche di una rete e investirà l’insieme del fondovalle.
Si possono stimare alcune conseguenze di tutto questo movimento di mezzi e di terra. Per quanto riguarda l’inquinamento dovuto alla combustione delle macchine da cantiere e dei motori dei mezzi di trasporto, la valutazione più semplice consiste nel confrontarlo con quello dovuto al passaggio dei camion sull’autostrada, che basta già a provocare situazioni critiche. Sulla autostrada passano al momento attuale circa 4000 camion/giorno; ci si può rendere conto con un semplice calcolo che un tale flusso giornaliero comporta che si trovino in movimento contemporaneamente, sui 40km del fondovalle, un centinaio di camion. Il numero di mezzi in moto tra i cantieri e le discariche, tra i cantieri e i posti di produzione del cemento, oppure all’interno dei cantieri stessi, non può che essere dello stesso ordine di grandezza; come minimo assommerà a diverse decine. E poiché una macchina in regime transitorio inquina di gran lunga più di una macchina in moto a velocità costante, l’effetto di questo composito movimento risulterà equivalente, più o meno, a un raddoppio dei passaggi dei camion sull’autostrada, per una decina di anni, o probabilmente per un tempo più lungo. Niente male, quando si rifletta che una delle motivazioni più sbandierate dai fautori della nuova infrastruttura è quella di salvare gli abitanti della valle, che lo vogliano o meno, dagli effetti nocivi del particolato emesso dai TIR.
Vi è inoltre il problema che il materiale estratto può contenere sostanze pericolose, in particolare amianto e uranio, la cui presenza è certa nelle rocce ove verrà scavato il tratto di galleria tra Grange di Brione e Borgone. Su questo argomento ci limitiamo a osservare che le affermazioni sulla perfetta gestibilità di queste sostanze pericolose sono a un tempo ovvietà – si può dire altrettanto di qualsiasi materiale, fosse anche plutonio –  e mistificazione. Perché qui non si tratta di bonificare un sito, dove la presenza della sostanza nociva è certa e l’obbiettivo da realizzare è la sua rimozione in condizioni di sicurezza. Nel nostro caso l’obbiettivo è quello di divorare centinaia di metri cubi di roccia ogni giorno, all’interno della quale può o no trovarsi fibra di amianto e minerale uranifero; occorrerebbe valutare quali sono le probabilità di disperderne una parte nell’ambiente, e con quali conseguenze. Si tratta di  un tema che andrebbe affrontato in termini di analisi del rischio, dopo aver fissato il numero di morti nei prossimi trent’anni che si considera accettabile, e in base a questo numero occorrerebbe individuare le modalità di lavoro e un protocollo di controlli, tale da rendere improbabile che il numero venga superato. Non è stato fatto niente di simile.
Infine, sarebbe necessario tener conto dei problemi connessi con la produzione e il trasporto degli inerti necessari per il calcestruzzo. Tuttavia, ci sembra che gli elementi fino ad ora ricordati siano sufficienti a chiarire la prospettiva della bassa valle: per un paio di decine di anni, a andar bene, si avrà tra Venaus e Grange di Brione una tale commistione di abitati, cantieri, discariche, che i trentamila abitanti avranno l’impressione di vivere in un cantiere unico, per di più frequentemente spazzato da venti violentissimi. Che il tutto possa procedere con regolarità ci sembra da escludere, tanto più che la nube di polvere che avvolgerà spesso la valle sarà legittimamente sospettata di contenere sostanze fortemente nocive. Vi saranno proteste, iniziative legali, blocchi di cantiere e scontri. Se nonostante questo, l’opera andrà avanti per la complicità delle forze politiche, per l’asservimento degli enti di controllo, per l’aiuto delle truppe antisommossa, accadrà che il settore benestante della popolazione tenderà a spostarsi da altre parti, innescando un processo di impoverimento progressivo della zona, dai lineamenti ben noti. La valle di Susa perderà sia il carattere residenziale sia quello turistico, da scampagnata fuori porta, che la caratterizza. Noi pensiamo che prima o poi anche il processo di costruzione della linea finirà coll’impantanarsi nell’inevitabile situazione di attrito. L’esito più probabile  è che accadano l’una e l’altra cosa, così che le conseguenze di questo progetto devastante, portato avanti dai suoi promotori nel più totale disprezzo dei fatti tecnici e dei diritti altrui, sarà duplice: l’aver distrutto l’equilibrio di un territorio ove vivono decine di migliaia di persone, e l’aver aperto un pozzo senza fondo per i conti pubblici. E’ anche vero che i promotori e i loro soci saranno divenuti più ricchi.

Democrazia


Tratto da http://www.contraddizione.it/qxq-d-giu.htm

Gli inganni perpetrati in nome della “democrazia” sono tali che la repubblica parlamentare borghese ostacola la vita politica autonoma delle masse e la loro partecipazione all’organizzazione democratica di tutta la vita dello stato [<=]. Ad August Bebel, l’11.12. 1884, Engels scriveva che la “democrazia”, in tutte le rivoluzioni, è l’ultimo bastione della reazione. [Una precisazione terminologica – non strettamente, ma implicitamente, attribuibile al marxismo – è necessaria. “Democrazia” viene dal greco e vorrebbe dare a intendere che si tratti di “potere del popolo”; siffatta circostanza è lontana dalla realtà, antica e moderna (la “democrazia ateniese” non è democrazia, il “popolo” era esclusivamente composto di proprietari, con esclusione di tutti i dominati sempre tenuti lontani dal potere). Una terminologia come “democrazia borghese” è mistificatoria, poiché testualmente vorrebbe dire “potere del popolo … borghese”; all’opposto, l’etimologia di “dittatura” significa comandare, dettare leggi (da parte di un autocrate,  magistrato eletto, organismo o classe). Engels, Marx, Lenin, chiamavano perciò il “comando della classe borghese” col termine proprio di dittatura della borghesia, la classe sociale che “dètta” legge].

La critica marxista procede verso l’indebita appropriazione borghese del concetto di “democrazia”. I benpensanti del socialismo borghese – che Marx chiamava i “professori della democrazia sviluppata” che si sono dati anima e corpo alla reazione – hanno sempre avuto, nelle loro teste, l’idea fissa della democrazia, un dogma (come, nei chiliasti, il giorno in cui doveva incominciare il regno millenario). La loro debolezza, come sempre, va a  rifugiarsi nella credenza del miracolo, sì che costoro credono vinto il nemico ogni volta che lo esorcizzino con la fantasia.

È così che essi, giorno dopo giorno, anno dopo anno, pèrdono ogni intelligenza del presente nell’esagerazione fantastica e inattiva dell’avvenire che credono di stare preparando. Anche quando sono al governo, i democratici – profeticamente già vedendosi minoranza rispetto al vero “partito dell’ordine” – fanno il penoso tentativo di esercitare, come minoranza futura, un potere che sentono sfuggire loro di mano, proprio nel momento in cui disponevano della maggioranza parlamentare. E allorché diventano effettivamente minoranza, la pena si fa patetica e grottesca, per l’insipienza esibita.

Il partito della “democrazia socialista” [… Ds, ah! i ricorsi storici] – che dice di rappresentare una massa (via via decrescente, nei fatti) che oscilla tra la borghesia e il proletariato, i cui interessi materiali reclamano istituzioni democratiche – pare che cerchi tutti i pretesti per porre in dubbio la propria vittoria. Ha lasciato che l’antagonismo di classe si contentasse dei successi costituzionali e si snervasse in piccoli intrighi, in vuote declamazioni, in moti superficiali, si consumasse in questo nuovo gioco provvisorio del voto. Ma, allo stesso tempo, confessa apertamente la sua impotenza, imbarazzata a giudicare, tra due ceffoni da ricevere, quale sia il più duro. La sconfitta li ha messi fuori combattimento per anni. Cosicché, nel frattempo, la borghesia ha potuto concentrare le proprie forze e prendere le sue misure. Ai suoi attacchi selvaggiamente sfrenati, la democrazia socialista [<=] contrappone un “umanesimo” pieno di decenza e di buona educazione. Mentre essa si richiama al terreno del diritto, il partito dei padroni la richiama al terreno sul quale si forma il diritto, cioè alla proprietà borghese.

I capi della democrazia hanno fatto di tutto per impacciare il popolo, dapprima in una lotta apparente, dopo per allontanarlo dalla lotta reale. Essi, nelle loro interviste, come sempre, si distinguono con rumorose manifestazioni di sdegno morale. Se il partito dei padroni finge di vedere in questi ultimi personaggi tutti gli orrori del “comunismo”, tanto più essi possono mostrare quanto sia in realtà la loro dappocaggine e la loro nullità. Il partito della democrazia socialista – sfoggiando l’attitudine calma e onesta dei democratici che rimangono sul terreno legale – si limita a presentazione di atti di accusa, a far la voce grossa, a discorsi roboanti, ecc., insomma ad atti estremi che non si spingono al di là delle parole. Parallelamente, tutta la stampa democratica non perde occasione per predicare al popolo contegno dignitoso, calma maestosa, atteggiamento passivo e fiducia nei suoi rappresentanti.

Si smussa così sempre più la punta rivoluzionaria delle rivendicazioni sociali del proletariato, dando loro una forma democratica. Il carattere distintivo della democrazia socialista si viene in tal maniera trasformando insieme alla classe che rappresenta e si riassume in questo: reclamare le istituzioni repubblicane democratiche come mezzo, non per sopprimere i due estremi, capitale e lavoro salariato [<=], ma per temperarne le antitesi e fonderli armonicamente. L’ipocrisia ripugnante della rispettabilità borghese è penetrata nella carne e nel sangue dei lavoratori – scriveva Engels a Sorge.

I parlamentari dell’opposizione democratica socialista hanno anch’essi preso un’attitudine ragionevole e prudente, sforzandosi di dimostrare che vi è un malinteso quando li si descrive come “rivoluzionari” o “comunisti”. I democratici – quegli stessi parlamentari – si richiamano al nome della costituzione e invocano l’ordine, la calma maestosa, l’attitudine legale, cioè la sottomissione cieca alla volontà della controrivoluzione. Al proclama costituzionale democratico corrisponde immancabilmente una cosiddetta dimostrazione pacifica dei piccoli borghesi al grido di “viva la costituzione!”, gettato in modo meccanico, glaciale, con la coscienza sporca, dai membri stessi del corteo, e respinto ironicamente, anziché ripetuto con forza di tuono, dal popolo.

Di fronte alla violazione della costituzione, che incomincia quando uno dei pubblici poteri si ribella contro l’altro, la democrazia socialista abbozza solo proteste “entro i limiti della ragione”. Essa è decisa a imporre il rispetto della costituzione con tutti i mezzi … “eccetto che con la forza”. In questa decisione è appoggiata da variopinti “amici della costituzione”, avanzi della consorteria del partito borghese. Essa dichiara presidente, ministri e maggioranza parlamentare “fuori della costituzione”. “Viva la costituzione!” è la sua parola d’ordine, ma al di là delle apparenze inconfutabili essa non significa altro che “abbasso la rivoluzione!”. La maggioranza – che si dice democratica e libera – ha così gioco facile per elevare a legge il proprio dispotismo parlamentare.

Alla lega dei comunisti nel 1850, in pieno accordo con Marx, Engels [già trentaquattro anni prima della lettera a Bebel] era estremamente duro, ritenendo che la democrazia piccolo-borghese resta sempre il partito il quale, al prossimo ribaltamento della situazione europea, occuperà il potere immediatamente, senza riserva alcuna, per non lasciar cadere la società nelle mani dei lavoratori comunisti. Gli organi istituzionali, alla cui testa è il potere dello stato, si vanno col tempo trasformando da servitori della società in padroni della medesima, per servire interessi speciali.

Il potere politico, nel senso proprio della parola, è quindi il potere [<=] organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra. Epperò nel Manifesto comunista si dice che la conquista della democrazia è compito del proletariato, capace di arrecargli vantaggi infiniti. Il socialismo deve necessariamente instaurare la completa democrazia – ripete Lenin – e, quindi, deve attuare l’assoluta uguaglianza dei diritti, di tutti, la libera determinazione politica. Quel “socialismo” che non dimostrasse il pieno rispetto della libertà e del potere del popolo che la sottende, non sarebbe socialismo. Non potrebbe esserci un “marxismo” o un “socialismo” dispotico, che non sappia contemplare l’effettivo potere del popolo, e in tal caso non si potrebbe parlare ancora di marxismo o di socialismo (come sovente invece si è fatto). Naturalmente, anche questa democrazia è una forma (statuale) che deve scomparire quando si dileguerà lo stato. Ma ciò avverrà soltanto col passaggio completo dal socialismo al comunismo.

Senonché, secondo i “professori della democrazia sviluppata”, per quanto inorpellato di false immagini, più o meno rivoluzionarie, il fondo resta la trasformazione della società per mezzo della democrazia; ma si tratta di una trasformazione che non va oltre l’orizzonte del piccolo borghese, con l’unico scopo di evitare la lotta di classe. Il fatto è che i democratici rappresentano effettivamente la piccola borghesia perché il loro cervello non sa oltrepassare quegli stessi limiti che questa piccola borghesia non sa superare nella vita pratica. La democrazia socialista, ancora una volta in mezzo agli intrighi e costantemente tormentata da appetiti di potere, ricerca con pari costanza le possibilità costituzionali, e si sente sempre ancor meglio dietro ai borghesi che davanti al proletariato rivoluzionario. Il potere ha decretato che la violazione della lettera della costituzione è l’unica attuazione corrispondente al suo spirito. Invece di lacerare questo tessuto di inganni, i democratici hanno preso sul serio la commedia parlamentare; ma sotto la pelle del leone, presa a prestito, lasciano vedere l’originaria pelle del vitello piccolo-borghese. Così la commedia è finita.

Dell’abbinamento vini/cibo


Nelle ricette su questo blog non trovate, almeno nella quasi totalità dei casi, abbinamenti con vini per diversi motivi, e vale la pena, credo, fare qualche osservazione in proposito.

Motivo principale è la difficoltà di individuare l’abbinamento perfetto per ogni piatto per un non-esperto qual è il sottoscritto. Ma volendo si potrebbe anche copiare da alcune fonti serie e attendibili. Tra l’altro se è vero che l’abbinamento non è scientifico perché dipende dai gusti e dalla cultura personale è vero, però, che posti a tutela di chi legge tali premesse, si potrebbero dare comunque indicazioni ragionevoli: Il pesce con i bianchi, le carni con i rossi ecc..D’altronde come non consiglieremmo mai un barbera con un branzino e un chianti con uno zabaglione, perché chiunque penserebbe che chi scrive è uscito di senno, parrebbe abbastanza semplice discernere degli accostamenti nel “senso comune”.

La faccenda, però, non è così semplice. Non tutti sanno, per esempio, che con il roast-beef è consigliato il vino bianco così come per i salumi. Ecco perché di norma con fave e salame nelle fonti tradizionali viene indicato il bianco. Personalmente dissento da questi suggerimenti. Le fave e salame sono buonissime con un vino rosso non troppo corposo e dal sapore un po’ fruttato, ma lieve come il Rossese (tipico della Liguria).
Col roast-beef preferisco bere il vino rosso: anche in questo caso il vino non deve essere troppo deciso e speziato. Un Freisa potrebbe andare abbastanza bene e forse anche un Bardolino.

Non è vero che in assoluto non si possano accostare vini rossi al pesce: dipende dal pesce e dal vino. Così come non è detto che con gli antipasti si sia costretti a suggerire un vino bianco.
Il mio consiglio è provare e sperimentare. Può darsi che dall’abbinamento ne esca una schifezza, basta provare a bere un barbera dopo gli gnocchi al pesto, ma potremmo anche scoprire qualcosa di particolare.
Piuttosto facciamoci consigliare dal rivenditore. In quelle macchine da guerra del consumo che sono i supermercati in questi ultimi anni è stato introdotto un reparto dei vini di buon livello con sommelier molte volte ben preparati.

Altro suggerimento; non andate alla ricerca di vini alla moda, cercate tra quelli del vostro territorio. E non prendete per buona la storia che – chi se lo fa da sé è meglio. In effetti le tecnologie a disposizione e gli sviluppi avvenuti nel settore enologico in questi ultimi anni permettono di produrre vini “decenti” a prezzi contenuti.
Un prezzo che si aggira attorno ai 5€ non è eccessivo, se abbiamo degli amici a pranzo non propiniamogli aberrazioni da 2€. Se teniamo d’occhio il reparto vini a volte troviamo delle offerte al 50%, un buon vino che a prezzo intero costerebbe 8€ potremmo trovarlo a4€ e direi che per un’occasione speciale si possano spendere, a meno che non siate precari, ma in questo caso vi conviene farvi invitare a pranzo.

Questi consigli sono ovviamente rivolti a consumatori comuni come sono io, chi può permettersi un Barolo Fontanafredda da 100€ probabilmente non leggera mai questo blog e in ogni caso non ho interesse personale a somministrare indicazioni di sorta.

Ho letto abbastanza di recente articoli che sostengono che qualsiasi bevanda alcolica è cancerogena, e quindi pure il vino, contrariamente a quanto afferma il “barone” Veronesi, che sembra essere presidente onorario di tutte le associazioni possibili oltre che Assobirra, Unione Italiana Vini, ecc.. Non ho simpatia per questo personaggio che pare dispensare giudizi come un padreterno in tutte le occasioni, ma non so nemmeno giudicare che cosa sia vero. Faccio solo una breve riflessione da profano. Ma cosa dobbiamo mangiare o bere per sentirci tranquilli? Risposta? Niente!

Tutto può essere contaminato, che siano radiazioni nucleari, batteri, o altre sostanze tossiche. Tutto è potenzialmente dannoso: gli zuccheri uccidono, il colesterolo pure e qualsiasi sostanza non si sa bene quale effetto possa avere sul nostro organismo.
Tutto questo ha conseguenze anche ideologiche e si moltiplicano movimenti politici e sociali nuovi e il più delle volte sconclusionati e irragionevoli. Il cosiddetto “primitivismo” è tra questi. Ora, lasciatemi fare un’ultima considerazione, è iperbolica lo so, ma è per rendere l’idea con poche parole – ma qualcuno crede davvero che distruggendo tutto e ricominciando da capo si possa salvare il mondo? -.
Posto che il progresso sia reversibile (che non è) quanti miliardi di esseri umani perirebbero e chi? I cattivi? O i più deboli, che forse è più naturale?

Beviamo poco vino e lottiamo contro chi decide la nostra vita, che significa salvare i nostri figli, senza ideologie fiabesche, che è meglio.

Il ministro frigge la politica?

DIstrazione


Pensai al titolo “cucina politica” per questo blog oltre due mesi or sono, ma non volendo replicare il titolo di altri blog cercai informazioni sulla Rete per verificare. Nel corso della ricerca m’imbattei nella citazione di un grande genio contemporaneo: il ministro Brunetta.

La citazione suona così “cucinare è come fare politica.” Non vorrei paragonarmi a cotanto genio, ma credo che le cose stiano esattamente al contrario.

Quindi direi – fare politica è come cucinare. –

La cosa è ben diversa. D’altronde un antico “collega” del nostro ministro, Lao Tse, afferma nel Tao te Ching che “governare è come friggere pesciolini” e non che friggere pesciolini è come governare.

L’affermazione ha un senso ben diverso e il senso sfugge o addirittura si annulla nel secondo caso. Sono in molti a sapere come si friggono pesciolini (anche se non tutti quelli che friggono pesciolini sanno friggerli a regola d’arte) e sono pochissimi a sapere come si governa (e non tutti coloro che governano sanno come governare).

Riusciamo a cogliere l’importanza del saper governare proprio attraverso l’esperienza che abbiamo del friggere pesciolini: immaginate l’affermazione al contrario. Comunque provate a girare e rigirare i pesciolini mentre sono nell’olio e vi accorgerete dell’insegnamento che Lao Tse intendeva trasmettere.

Ma Brunetta è un genio, stando a quanto da lui stesso dichiarato intendeva prendere il premio Nobel dell’economia, e ha preferito rovesciare la logica. Se qualcuno riesce a fornirmi un senso all’affermazione “cucinare è come fare politica.”  gliene sarò grato. D’altronde se, p. es, vogliamo dire che in cucina si cerca di non fare sprechi, si cerca di capire i gusti degli invitati, si cerca di equilibrare innovazione e tradizione allora è proprio idiota dire che questo si desume dall’esperienza della realtà politica. Ha senso, invece, servirsi della cucina come metafora in politica. Giusto come affermava l’antico suo “collega” Lao Tse (che penso sobbalzi nella tomba ogni volta che lo cito affianco al nostro contemporaneo ministro).

Benvenuti

DIstrazione


Questo blog non vuole essere né un ricettario né una scuola di cucina virtuale. Non troverete filmati, foto sofisticate o autocelebrazioni delle proprie gesta eroiche davanti ai fornelli. Sapendo cucinare abbastanza bene e avendo avuto modo di acquisire una certa esperienza mi diverte semplicemente trasmettere qualcosa agli altri.

Troverete consigli e ricette sparsi, buttati alla rinfusa come in un cassetto di casa. A volte il bigliettino della ricetta sarà ingiallito dal tempo, a volte sarà una bozza con un’idea originale…dipende. L’attenzione sarà rivolta soprattutto alla semplicità, ma non essendo la semplicità sinonimo di spontaneità, come naturale non è sinonimo di elementare, potrebbero capitare appunti su piatti apparentemente complessi.

Come tutti i fenomeni artistici e culturali nella società dello spettacolo l’apparenza è quello che conta, una continua esaltazione di cibi e ricette trite e ritrite sono proposti e riproposti su tutti i media in modo diverso puntando all’effetto scenico, dovuto, il più delle volte, ai colori, ma la “sostanza” è sempre quella.

Cercherò di evitare questa “mistificazione” consapevole di ripetere cose ritrovabili in centinaia di blog e anche consapevole di cadere dalla padella alla brace…è proprio il caso di dirlo. Insomma, oltre ad essere cose note non ci sarà nemmeno il godimento per l’eccentricità della presentazione.

La cosa più originale, forse, saranno i commenti.

La convinzione di chi scrive, giusta o sbagliata che sia, è che il modo di nutrirsi, gli alimenti utilizzati ed anche l’estetica, e in generale tutto ciò che è cultura gastronomica o tradizione cucinaria, che comprende tecniche, metodi o regole, dipendono strettamente dal sistema sociale, economico e culturale. Direi che il modo di nutrirsi è un po’ come il modo di produzione: è determinato storicamente.

Non credo all’equazione povero=bello e non credo quindi che la cucina povera debba essere preferibile.

Non è vero che la cucina regionale, partendo dall’idea che abbia origine dalla tavola proletaria, sia la migliore.

Ma sono altrettanto convinto che molte delle innovazioni culturali introdotte nel nostro modo di nutrirsi o di stare a tavola siano soltanto, per dirla proprio chiaramente, delle stronzate.

Il cibo è un prodotto sia inteso come risultato della produzione di una ricetta sia come prodotto culturale (o economico in senso generico) e per la maggior parte siamo tutti utilizzatori finali, gli sfruttatori stanno altrove.