Ristretto di vino rosso o ristretto all’aceto balsamico?


Parliamo di una, anzi di due salse che di recente sono balzate agli allori della cronaca, tant’è che ne sono state commercializzate versioni già pronte. Giusto o meno che sia il loro successo non è cosa che m’interessi granché. Il motivo probabilmente risiede nell’effetto estetico, (caratteristica di moda) e nella facilità stessa con cui è possibile decorare i piatti, ma magari sbaglio. Punto. Detto questo andiamo avanti.

Le due salse “incriminate” sono il ristretto al vino rosso e il ristretto all’aceto balsamico. Banale dirlo non sono la stessa cosa, ma il loro utilizzo si equivale ed è possibile proporre sia l’una che l’altra quasi indifferentemente. Tutte e due le salse si prestano ad accompagnare piatti che hanno bisogno di esaltare alcune caratteristiche per ottenere maggiore personalità, per esempio carni grigliate, e per rendere più completa la sensazione di assaporarne il gusto, come alcune verdure, oppure accompagnare e ammorbidire le carni un po’ asciutte di alcuni molluschi, il polpo per esempio. Dipende, gli usi sono molti e a volte la ragione sta solo nell’arricchimento del piatto: come dicevo è questione di mode.

Siccome non esistono ricette ufficiali, definite e definitive, ma tutto dipende dall’uso che se ne vuol fare e dai piatti con i quali si accompagnano, darò qualche indicazione di massima in modo che possiate valutare quali varianti apportare anche se non è facile per chi non ha molta dimestichezza con l’equilibrio dei sapori: insomma per chi non ha un po’ di mestiere, come si suol dire.
Intanto ricordate che nessuno può stabilire a priori cosa è meglio pur dovendo ammettere che l’esperienza permette scelte meno azzardate e un risultato più equilibrato.

Riporto un paio di esempi per spiegarmi meglio.

Potreste voler preparare un piatto col ristretto di vino rosso. Solitamente il pesce non si sposa bene (o non si sposa affatto) col vino rosso, ma non è un’affermazione perentoria, ne ho già accennato, ci sono casi che trattati in un certo modo danno ottimi risultati.
Prendiamo il caso della moda del carpaccio di polpo. Potremmo proporlo con un tocco di fantasia personale. Se prepariamo da noi stessi (senza svenarci per acquistarla) una sopressata di polpo potremmo personalizzare il nostro ristretto aggiungendo un po’ del brodo di cottura del mollusco nella salsa in fase di cottura. Questo tocco di fantasia permette di armonizzare l’accostamento, vino rosso-polpo.

Un altro esempio. Ho trovato su Internet questa ricetta Cuori di spinaci all’aceto balsamico noci e pecorino bagnolese. Copio/incollo la preparazione mondate e lessate gli spinaci in poca acqua bollente e leggermente salata. Passateli in acqua fredda per non far loro perdere il colore, strizzateli. Rosolateli in un tegame con il burro e l’aceto balsamico, lasciateli insaporire e salateli.

Togliete il tegame dal fornello e servite con gherigli di noci e scaglie di pecorino.
Un stupidaggine, anzitutto, per il fatto che è veramente assurdo lessare gli spinaci quando possiamo più semplicemente stufarli (ancor peggio passarli in acqua fredda)*.
La soluzione migliore per questo contorno è aggiungere semplicemente del ristretto all’aceto balsamico sugli spinaci stufati dopo averli saltati con dell’olio extravergine. Ponete sugli spinaci il pecorino e quindi le noci e per ultimo 2/3 cucchiai di ristretto. Il piatto riscontrerà di certo più favore, ma non ditelo a nessuno.

Spero di aver dato ragguagli sufficienti e dunque passiamo agli ingredienti necessari per queste due salse, senza mai dimenticare che l’aggiunta, o al contrario l’eliminazione, di alcuni aromi sono sempre possibili.
Per il ristretto all’aceto balsamico è possibile rendere più o meno spiccato il gusto diluendolo con del vino rosso: generalmente faccio metà e metà.
Per arricchire il gusto usate chiodi di garofano, rosmarino e bacche di ginepro, ma anche alloro, timo e “al limite” semi di finocchio o aneto, ma con attenzione. Un po’ di miele va benissimo, ma anche in questo cosa cum grano salis. Insaporite con sale e pepe se ritenete necessario.

Tutto qui, ehm… per modo di dire. Stessa cosa per il ristretto al vino. Niente aceto balsamico (c’era bisogno di dirlo?) e utilizzare vino corposo e robusto. Tutte e due le salse vanno lasciate restringere a fuoco lentissimo almeno per la metà del loro volume. Potrete addensarle a vostro piacimento (e ciò dipende dalla pietanza che accompagneranno) con i soliti amidi (fecola, mais ecc.)

*passare le verdure lessate nell’acqua fredda è riportato anche in famosi libri di cucina (anche l’ottimo Pellaprat), ma non è più in uso. La ragione risiedeva semplicemente nel conservare la vivacità del colore per un piacere del tutto estetico, ma con una certa attenzione nella cottura è possibile ottenere lo stesso risultato. C’è da aggiungere che le alcune vecchie tecniche di cucina portavano a cuocere a lungo le verdure che facilmente si ossidavano.

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Finger food. E che è?


Finger food significa stuzzichini, più o meno. Ridicolo. Che vuol dire stuzzichini? Come dire ho voglia di qualcosa di buono da prendere con le dita e cacciarmelo in bocca facendo finta di non essere un ingordo? Ho visto uno che picchiava la testa contro il muro perché in un ristorante non avevano finger food e secondo lui è la maniera migliore per servire un pranzo. Eh già la cucina post-moderna, post nouvelle cuisine, post Paul Bocuse. Masticare diventerà un comportamento da primitivi? Va beh…

In ogni caso nel finger food ci sono ispirazioni che non sarebbe giusto non cogliere e “immortalare” e quindi ho preso spunto da alcune suggestioni e ve le propongo con serena tentazione. D’altronde alcuni assaggi preconfezionati non sono da disdegnare se non hanno pretesa di somma arte culinaria. A volte un rinfresco richiede piccoli espedienti per incuriosire i palati di amici e conoscenti, oppure possiamo semplicemente divertirci a stupire con un antipasto poco impegnativo nelle tecniche di cottura.

La preparazione di questi “assaggi” (termine più intelligente di finger food) richiede più che altro qualche minuto in più, ma ci eviterà di essere impegnati mentre gli ospiti cominciano a magiare.

Cominciamo con una sorta di parmigiana decostruita (altro termine di moda nella cucina post-moderna).

Sbucciate una melanzana tonda di quelle con la carne bella bianca e polposa, tagliatela a quarti, salatela  e mettetela in forno, in una pirofila unta sul fondo, e lasciatela appassire (una mezz’ora non oltre i 150°, dipende dalla grandezza). Perché una pirofila e non una teglia? Perché la teglia tende a lasciar bruciacchiare l’acqua persa dalla melanzana durante la cottura, la pirofila no, ma per sicurezza controllate comunque.

Riducetela in “pappa” tagliuzzandola con un coltello. Se avete a disposizione delle foglioline di origano fresche tritatele assieme, se non le avete a disposizione andate subito nell’orto a raccoglierle. Non avete l’orto? Peggio per voi usate quello secco.
Scottate delle fette di pomodorini alte almeno 1 cm. in una padellina antiaderente unta sul fondo. Preparate una crema di formaggio in questo modo: scaldate 1dl. di latte, quindi aggiungete qualche cucchiaio di grana grattugiato e mescolatelo bene, addensate con dell’amido di mais (o in alternativa di patate).

Riempite a metà dei bicchierini con la melanzana, che avrete tenuto al caldo, ricoprite con un disco di pomodorino e versatevi un cucchiaio di crema di formaggio.
Perché abbiamo utilizzato il grana al posto della mozzarella? Provate a fare una crema con la mozzarella e avrete la risposta.

Altra proposta, ma ne seguiranno altre. Basta aprire questo blog ogni tanto e le troverete.

Preparate una pasta biscuit salata, qui il procedimento (Rotolo al tonno e mascarpone). Fate in modo che non superi 1 cm. di spessore.
Frullate del salmone affumicato e unitelo a della panna montata. Indicativamente 50 g. di salmone e 50 g. di panna. Sarà sufficiente sbattere meno di un minuto la panna con un frustino per renderla consistente a sufficienza. Unite lentamente il salmone affumicato alla panna. Dovrà risultare un composto spumoso, ma asciutto e corposo.

Mettete un disco di pasta biscuit in un bicchierino, una cucchiaiata abbondante di mousse al salmone e ancora un disco di pasta biscuit, Decorate con una spumetta di burro pomata aromatizzata al limone.
Per il burro aromatizzato: mantecare 50/100 g. di burro sino a quando non sarà cremoso, aggiungere qualche goccia di limone e una piccola grattugiata di scorza. Conservarlo a temperatura ambiente.

Farine, impasti e burlenghi. Qualcosa sulle preparazioni base.


Pasticciare con la farina e l’acqua di solito è divertente: basta guardare come si divertono i bambini alla scuola materna e alle elementari. Probabilmente poter pacioccare e manipolare paste e robe a cui dare fogge diverse può essere un modo per scaricare lo stress. Forse perché possiamo dare corpo alle nostre fantasie e quindi alla realtà, diversamente da ciò che accade quotidianamente con i nostri desideri che difficilmente riusciamo a veder realizzati subito.

Le paste più semplici a base di farina e acqua, inoltre, gratificano facilmente il nostro ego perché tutto sommato è abbastanza facile ottenere buoni risultati. Le vivande a base di pasta di pane hanno ovviamente tradizioni antiche essendo uno degli alimenti originari delle prime civiltà agricole e si trovano numerose ricette regionali e contadine che riescono sempre a soddisfare anche i palati più sofisticati.

In questo post vediamo senza pretese alcuni elementi di base per preparare antipasti, ma anche merende, in modo rapido e un po’ diverso dalla solita focaccina, comunque buona e sempre proponibile, o salatino di sfoglia che personalmente, invece, trovo ormai monotono.
Ho accennato qua polpettone-ai-pistacchi-in-crosta le proporzioni per preparare una pasta di pane e dunque riprendiamo da dove eravamo rimasti.

Farinogramma – cliccare sull’immagine per andare al sito. Troverete tantissime informazioni sulle farine

Generalmente, e sottolineo generalmente, la proporzione per un impasto di media consistenza è di 2:1 cioè a dire la farina il doppio dell’acqua. 1kg di farina 0,50 lt. di acqua. “Generalmente” significa che esistono variabili che possono dare risultati diversi: p. es. l’umidità della farina, che dipende non solo dalla qualità della farina, ma anche dall’umidità dell’ambiente Ma non solo: quel “generalmente” significa anche che non sempre l’impasto deve presentare per forza una consistenza media. Se vogliamo ottenere una focaccina di piccole dimensioni per preparare dei “bocconcini” di antipasto la pasta dovrà essere tenuta più morbida e magari più friabile e per far questo occorre anche un contenuto di grassi maggiore e possiamo sostituire una parte dell’acqua con del latte.

Qualcuno mi scuserà per “l’ovvio” che dico, ma non tutti hanno dimestichezza con la “cucina”.

Detto questo propongo un antipasto che normalmente non compare nei menù casalinghi se non in alcune località delle quali la ricetta è tradizionale.

Preparate una elementare pastella di farina e acqua. Elementare, però, non vuol dire che sicuramente le prime volte riuscirete ad avere risultati eccezionali. Le pastelle richiedono esperienza per trovare la giusta proporzione e preparazione che non è possibile trasmettere con le parole. La cottura è importantissima e si apprende sperimentando, dipende dal tipo di padella, da quanto la scaldiamo ecc..

Prepariamo una pastella densa con farina, acqua, sale e un paio di cucchiai d’olio se usiamo almeno 250 g. di farina. La consistenza deve essere quasi cremosa, molto più densa di un preparato per crespelle o farinata, ma fluido, non deve faticare a colare in padella. Lasciamola riposare un po’. Deve essere preparata in una padella antiaderente con un diametro medio, anche un po’ più grande di quella che usate per le crespelle. L’aggiunta di olio nella pastella non sarebbe prevista, se, però, procedete in questo modo eviterete di dover imburrare di tanto in tanto la padella per evitare che la pastella si attacchi.

padella tradizionale per burlenghi

Nella sua forma tradizionale questo piatto si chiama “burlenghi reggiani” e vanno riempiti con un trito di aglio, rosmarino e parmigiano. Si pone un pugno di parmigiano al centro del burlengo si aggiunge un po’ di trito e lo si richiude piegandolo in 4. Nulla c’impedisce di riempirlo diversamente per esempio con ricotta e spinaci come un raviolo oppure, se non siete vegetariani, con salsiccia e spinaci. Private la salsiccia del budello, sminuzzatela, fatela rosolare (senza ulteriori grassi, scaldando lascia andare il proprio grasso), spegnete con mezzo bicchierino di vino bianco, fate consumare e unite gli spinaci tritati (magari stufati in un’altra padella).

Come organizzare un pranzo


Organizzare un pranzo o una cena tra amici può essere sia un lavoro divertente e creativo sia un’operazione stressante che non tutti affrontano con lo stesso “spirito”. In realtà dovrebbe essere un lavoro da fare con un certo entusiasmo, ma alcune piccole difficoltà ci possono rendere nervosi e suscettibili e rovinare il clima di convivialità o nel migliore dei casi creare una certa tensione con chi ci sta attorno e dovrebbe darci una mano. Quest’ultimo caso si presenta forse più di frequente se gli invitati non sono amici di lunga data e che sappiamo non si formalizzano sullo stile e sulle scelte estetiche e gastronomiche.

Altra cosa se sono conoscenti con i quali vogliamo fare bella figura e temiamo un po’ le loro eventuali critiche. Non sappiamo, per esempio, se sono pignoli e amano la precisione anche nello stile con il quale vengono ricevuti, se faranno attenzione al modo in cui è imbandita la tavola, al susseguirsi delle portate, se sono frugali o hanno aspettative che non riusciremo a soddisfare.
A volte può innervosirci semplicemente il non sapere o non ricordare come vanno disposti i bicchieri e se è meglio presentare il tovagliolo in fogge ben preparate o semplicemente disporlo ripiegato sui piatti.

Questo post è dedicato proprio a questo argomento. Saranno consigli senza pretesa, forse a qualcuno potrebbero apparire addirittura banali, ma anche le indicazione a volte basate solo sul buon senso possono perdere la loro ovvietà quando si presenta l’occasione in cui vanno messe in pratica.
Chissà perché, per esempio, ci crea perplessità la disposizione delle posate solo quando dobbiamo disporle in tavola all’ultimo momento e non ci poniamo il problema il giorno prima. Sembra una questione stupida? Mah…a mio avviso non tanto dal momento che mi è capitato di sentirmelo chiedere dal parente di turno che puntualmente si risponde con un “ma va bene lo stesso, tanto… per te ha importanza?”.

No. Per me non ha importanza. Ma cosa vuol dire? Per altri potrebbe averne sopratutto se l’occasione è un evento che serve a impressionare l’ospite e non è vero che questo non capiti ogni tanto anche tra persone non avvezze ai convenevoli o ai pranzi di lavoro. Diciamo che può succedere e se si è preparati è meglio e in realtà alla fin fine ci soddisfa esserci sentiti “all’altezza”.
Cominciamo dalla tavola. Come dovrebbero essere disposte posate e bicchieri? E’ importante il segnaposto, cioè il piatto che non sarà utilizzato per le vivande? Il tovagliolo è meglio presentarlo dandogli una forma arzigogolata o soltanto ripiegato in tre parti?

Forse sarà inutile dirlo, ma “elegante” non è sinonimo di “bizantino”. Partiamo da questo presupposto. Non lambicchiamoci per trovare forme da dare al tovagliolo è sufficiente che sia ripiegato in modo semplice. Qui http://www.napkinfoldingguide.com/ avete qualche esempio di quanti modi possibili esistono, e sono soltanto alcuni. Le tecniche e le fogge sono ancora decine, ma non lasciatevi incantare, le presentazioni complesse fanno effetto solo ad alcuni tangheri o parvenù convinti che le apparenze siano importanti.

Questo a fianco può essere un esempio di semplicità ed eleganza che avrà maggiore effetto se il tovagliolo sarà colorato e in armonia con il colore della tovaglia.

Il buon gusto e lo stile sono un’insieme di “ingredienti” che dosati in giusto modo anche se pochi e semplici esprimono l’essenza della persona e raccontano il suo modo di vivere più di quanto possa fare un romanzo. Possiamo stupire anche con un piatto di spaghetti non è necessario preparare una scultura di ghiaccio e un’aragosta in bella vista con spume barocche di mousse e rare salse dai nomi esotici.

I bicchieri. Almeno due: uno più grande per l’acqua e uno più piccolo per il vino, sulla destra, ma partendo da sinistra. Potrete già disporre in tavola il bicchiere dello spumante (flûte) a destra degli altri, ma spostato indietro soprattutto se non vi è molto spazio sulla tavola. Le posate vanno disposte: forchetta a sinistra e coltello a destra, eventualmente assieme al cucchiaio, a destra del coltello, se serve. Aggiungiamo, se è previsto del pesce e li avete a disposizione, i coltelli adeguati accanto e sulla destra (prima del cucchiaio se è presente) del coltello per la carne.

Consigliabile e direi fondamentale il segnaposto sul quale dovrà trovarsi già il piatto per l’antipasto con il tovagliolo sopra. L’unica eccezione che consiglio per quanto riguarda la presentazione del tovagliolo è il ventaglio nel bicchiere (dell’acqua) se pensate che gli ospiti possano gradire un tocco scenografico.
Un’ultima osservazione prima di passare ai tipi di menù e altre considerazioni pertinenti alla presentazione delle vivande e allo stile a cui ispirarsi per realizzare un pranzo importante.

L’estetica della posateria e del vasellame dovrebbe essere semplice e anche in questo caso senza colori e fogge che attraggano l’attenzione. Meglio privilegiare la presentazione e l’eventuale decorazione e abbellimento manuale dei piatti (a volte è sufficiente un fiore fresco per appassionare l’ospite). Piatti decorati, costosi e spettacolari possono essere acquistati anche con un finanziamento da chiunque, la fantasia e l’eleganza non si possono acquistare nemmeno con in tasca quattro carte di credito.

Macrobiotica. Riflessioni e critiche.


Dopo qualche perplessità – non poche – ho deciso di dedicare una pagina del blog alla macrobiotica, ma non lo faccio per una tensione simpatetica nei confronti di questa disciplina, il motivo è un altro.

Personalmente per molte filosofie alimentari (o tutte?) presenti nella nostra società occidentale nutro molti sopetti e ho un  approccio critico nei loro confronti per vari motivi. Quello che distingue la macrobiotica da altri stili di vita è semplicemente il fatto che affonda le proprie radici in una cultura e in una tradizione di pensiero degni di attenzione. Avvicinarsi alla macrobiotica permette a chi è cresciuto in occidente di cogliere alcuni aspetti del pensiero orientale. E’ vero, lo si può fare attraverso la letteratura, la musica e altre forme di attività sociali, se vogliamo potremmo comprendere nell’elenco tutto lo scibile umano, ma questo è un blog di cucina e ho sostenuto fin dall’inizio che la cucina e l’alimentazione sono (o possono essere) rappresentativi di un’intera civiltà e, a più riprese, ho anche tentato di spiegarne il motivo.

Quel che non bisogna fare nell’approccio alla macrobiotica è credere davvero che essa possa essere l’insieme originario e originale delle filosofie e degli stili alimentari da cui trae principio. La macrobiotica nel suo integrare elementi di provenienza diversa che vanno dalla filosofia più primitiva dello Yin Yang passando per un certo Taoismo popolare per comprendere lo Zen giapponese (la forma originaria cinese si chiamava Ch’an) non è altro che una elaborazione artificiale e abbastanza arbitraria di usi e tradizioni alimentari antichi e moderni della cultura dell’estremo oriente.

Cogliere il senso dell’origine della macrobiotica con poche parole non è facile, occorrerebbe accostare il discorso circumnavigando il fenomeno puramente culturale per vederne gli aspetti generali in rapporto alle grandi trasformazioni avvenute sul piano sociale nel XIX secolo. Con poca modestia vi rimando alla letura di questo mio post http://musicapolitica.net/archives/489. Non è un caso che tra il XIX e il XX secolo siano nate tutta una serie di discipline o di fenomeni culturali estremamente specifici e specializzati, e dunque anche la cultura alimentare ha subito le stesse sorti. Se prima di una certa epoca storica usi e tradizioni apparivano integrati e inglobati nel tessuto del sistema sociale e venivano vissuti come fatti naturali, cominciano a sorgere in questo periodo divisioni e approci di studio che fanno emergere caratteristiche specifiche isolandone elementi da sottoporre a indagini specialistiche. Sviluppo che prosegue tutt’ora, basti pensare che sino a pochi decenni or sono non esisteva una sociologia dell’alimentazione, per limitarsi all’ambito del discorso qui affrontato.

La macrobitica va quindi intesa in quanto fenomeno sociale contemporaneo e non in quanto reale tradizione alimentare dell’estremo oriente. Le tradizioni e gli stili alimentari non nascono dalla volontà di un singolo studioso o di un chichessia personaggio, ma da un’insieme di fattori che comprendono caratteristiche territoriali (le sue risorse disponibili, p. es.), credenze, pratiche sociali, ecc. ecc..

Se posso permettermi un raffronto direi che la “macrobiotica” sta alle “tradizioni alimentari orientali” come la “dieta mediterranea” sta alla “cucina mediterranea”. La “dieta mediterranea” è un’invenzione dei giorni nostri (nata come oggetto di business) mentre la “cucina mediterranea” non è altro che il prodotto sedimentato delle pratiche culinarie, della disponibilità dei prodotti ecc. presenti nel bacino del Mediterraneo.

Ritengo poco onesto “vendere” la dieta macrobiotica, e il suo contorno filosofico, come prodotto capace di elevare l’uomo ad un grado di coscienza superiore o cosmica, o alla realizzazione spirituale e ancor peggio come sistema alimentare più appropriato per conservare il corpo in buono stato di salute. Se non altro la dieta mediterranea non ha, per quanto io ne sappia, la pretesa di raggiungimento di una coscienza superiore sia di tipo spirituale che ecologico o d’altro ancora. Di quest’ultima ho l’elementare, ma chiara, consapevolezza che si tratti solo di un prodotto della cultura borghese inventato per la promozione del business delle risorse locali.

Altra cosa sono, invece, la pratiche, le tradizioni e i caratteri alimentari, anche di antica origine, contenuti nel complesso della filosofia macrobiotica, e sono questi elementi a risultare interessanti per un approccio culturale e, perché no, di possibile ispirazione e contaminazione nella nostra cucina.

Di seguito propongo alcuni riferimenti utili per approfondire la conoscenza della “macrobiotica” nei suoi aspetti generali dai quali non si può prescindere per una corretta comprensione. Insomma non è possibile avvicinarsi alla cucina macrobiotica senza vederne il contesto culturale. L’imporante è non farne… indigestione.

  • Sito particolarmente interessante nel suo insieme e non solo per quanto riguarda informazioni specifiche sul macrobiotico

http://www.benessere.com/alimentazione/arg00/macrobiotica.htm

  • Il testo che segue potrebbe ritenersi, relativamente elle risorse presenti in Rete, un po’ una summa del pensiero macrobiotico odierno. Non lasciatevi ingannare dal titolo, non è un ricettario.

http://www.scribd.com/doc/52409015/Guida-completa-alla-dieta-macrobiotica-H-Aihara

Inutile dire che è sufficiente fare una ricerca anche abbastanza superficiale in Iternet per ottenere tutta una serie di risultati sull’argomento, quindi preferisco indicarvi riferimenti un po’ più impegnativi. Quello che segue è un testo abbastanza esauriente (per quanto possa esserlo un singolo scritto sull’argomento) non specificamente rivolto alla macrobiotica, ma più in generale sull’approccio naturista dell’alimentazione.

  • Il testo risiede su questo sito http://grillipedia.a.wiki-site.com/index.php/Pagina_principale Non penso, come affermano gli autori, vi sia un boicotaggio nei confronti di questi argomenti, in ogni caso vi invito alla lettura, cum grano salis. Cliccando sul link sottostante potrete soltanto visionarlo oppure scegliere di scaricarlo.

Manuale_pratico_di_medicina_naturale

Vegan. La rivoluzione bolle (solo) in pentola


Prima di inoltrarmi in una critica al vegan come filosofia alimentare permettetemi una breve premessa che serve anche da chiarimento ad alcune nozioni espresse in precedenza.

Ho precisato qui (Menù vegetariano) che scelte alimentari di tipo sostanziale dovrebbero essere determinate non da motivi filosofici, bensì da motivi razionali. Ho anche affermato che la mia filosofia in ambito nutrizionale ha una tendenza al vegetaranianismo. Potrebbero essere apparentemente due affermazioni contraddittorie. Sarebbe un’osservazione valida farmi notare che nella prima asserzione si mettono in opposizione filosofia e scelte razionali come se l’una escludesse l’altra, non solo, nella seconda asserzione dichiaro di avere una filosofia “alimentare”. Messa così pare esserci qualcosa d’inconguente.

Faccio notare che nella prima asserzione parlo di scelte sostanziali e non di semplici stili alimentari ed è un distinguo non di poco conto, i confini tendono senz’altro a confondersi, ma delimitano due approcci ben diversi. Inoltre non è detto che esista un’opposizione tra filosofia e scelta razionale. Una filosofia può non essere basata su scelte razionali ed essere soltanto indicativa di un’insieme personale di norme e gusti, come nel nel caso in questione, oppure, al contrario, prevedere solo principi razionali e seguire un intricato percorso di arfomentazioni e dimostrazioni. Per liquidare eventuali malintesi devo precisare che nel caso suddetto mi sono servito del termine filosofia in modo del tutto spicciolo, come può essere l’affermazione – la mia filosofia è non darmi mai per vinto prima di averle tentate tutte – .  E’ evidente che in quella sede col termine filosofia non intendevo la costruzione di un visione della realtà basata su modelli logici congruenti, ma un modo di intendere determinati fatti attraverso un pensiero proprio.

Chiarito questo passo a qualche considerazione sparsa sul veganismo. Le mie osservazioni sono rivolte soltanto all’aspetto politico ed economico, non essendo competente per trattazioni mediche o sanitarie, ma non escludo, e difatti esiste una saggistica in proposito, che vi siano anche inconsistenze di ordine medico scientifico.
Il veganismo, a detta dei suoi stessi sostenitori, è una sorta di vegetararianismo radicale che si esprime non solo in una serie di critiche fondate su ragioni politiche, economiche e ambientaliste, ma anche in uno stile di vita. Soprattutto quest’ultimo criterio la rende peculiare e ne fa una specie di filosofia (nell’accezione più profonda) e addirittura una sorta di comportamento religioso, con i suoi rituali e il suo culto.

La filosofia vegan non è solo enfatizzazione della critica al consumismo e alle sue storture, ma diventa esaltazione fanatica. Il veganismo non si accontenta di non fare uso di carne animale, ma esclude prodotti derivati che hanno soltanto una lontana e indiretta relazione con gli animali. Se personalmente trovo razionale e sensato, per esempio, eliminare lo sterminio degli agnelli in periodo pasquale, pratica veramente irragionevole e inutile, che ormai non ha più nessun legame con la tradizione religiosa giudaico-cristiana, se non in qualche fanatico fondamentalista, non vedo nessuna ragionevolezza nel non fare uso della lana. So bene che il principio sarebbe quello di evitare qualsiasi forma di sfruttamento del regno animale, ma chissà per quale ragione sembrano non fare caso allo sfruttamento dell’uomo nel sistema borghese capitalistico. E’ immorale per gli esseri umani arrecare sofferenza agli animali, ma dimenticano abbastanza facilmente che il loro sistema non prevede una rivoluzione per l’abbattimento di tale sistema, che è esattamente alla radice di tutti gli sconquassi ambientali di cui si lamentano.

Non voglio intrattenermi sulle divergenze filofofico-morali che esistono anche tra i vegani, cerco di rifarmi più ampiamente ad alcuni principi generalmente condivisi tra loro.
Ciò che più mi sorprende, per esempio, è l’idea che debbano esistere diritti per gli animali indipendentemente dalla  possibilità di dimostrarne un grado di coscienza che li renda consapevoli delle sofferenza arrecategli, come se non ci fossero gradi di evoluzione cerebrale nella scala evolutiva. I più fondamentalisti giungono a sostenere che non si debba fare uso nemmeno degli invertebrati. E perché non sostenere come fanno i convinti assertori dell’aura Kirlian che i vegetali possano “sentire” la presenza umana. Se le piante di casa capiscono quando ci avviciniamo per reciderle oppure se abbiamo sentimenti benevoli nei loro confronti perché dovremmo mangiare l’insalata?

Ovviamente queste sono fesserie, ma non lo è il comprendere la differenza tra un delfino e una gallina, oppure tra uno scimpanzè e una rana. Dove inizia la consapevolezza del dolore o la coscienza della sofferenza? E’ ovvio che risposte in un senso o nell’altro per ora non esistono e tutto dipende da una scelta personale (come la religione, per l’appunto). Le cose si complicano ulteriormente quando cominciamo a distinguere tra l’arrecare sofferenza o semplicemente l’abbattere un animale per ragioni alimentari. Da donatare che non ho usato la locuzione “arrecare sofferenze inutili”, anch’io sostengo che non esistano in questo caso sofferenze utili (o inutili), la sofferenza è sofferenza (quando c’è). Esiste, però, differenza tra martoriare un vitellone al macello e abbatterlo in modo indolore? Tra il rispetto degli animali e  il riconoscimento di diritti intrinseci all’esistenza?

Non intendo addentrarmi in temi così complessi anche per il motivo che non hanno una conclusione e che non si giungerebbe ora come ora ad una ragione definitiva del pro o del contro. Chiudo la questione con un’ultima osservazione che va al di là di questioni etiche e naturali: credere che il sistema del profitto si possa trasformare non utilizzando prodotti provenienti dallo sfruttamento degli animali non è un po’ come credere di eliminare lo sfruttamento capitalistico dell’uomo distruggendo i macchinari che servono alla produzione? Non è come pensare che distruggendo i computer si possa eliminare il controllo dell’informazione? Gli esempi potrebbero andare avanti per pagine è chiaro, quel che mi pare fanciullesco è la convinzione che i vegani coltivano non nel perseguire il riconoscimento di diritti agli animali, ma l’idea che lo stato di cose attuali possa essere trasformato evitando di mangiare uova e di bere caffé (il té si, chissà mai perché?).