Progetto Diaspora: rifare e sostituire facebook


Tratto da http://loriscosta.wordpress.com/2010/05/11/progetto-diaspora-rifare-e-sostituire-facebook/

(Libertà di stampa e diritto di informazione) – Un gruppo di studenti di informatica della New York University punta a sostituire il web sociale centralizzato di oggi con un sistema decentrato, che offra un servizio pratico e di facile utilizzazione per tutti

Una rete sociale open source privata che restituisca all’ utente il controllo della sua vita privata. E’ l’ anti-Facebook che sta nascendo per mano dell’ equipe che sta dietro ilProgetto Diaspora, un gruppo di studenti informatici della New York University che punta a sostituire il web sociale centralizzato di oggi (cioè «Facebook») con un sistema decentrato, che offra un servizio pratico e di facile utilizzazione per tutti.

Lo annuncia ReadWriteWeb raccontando che i quattro studenti che ci stanno lavorando – Daniel Grippi, Maxwell Salzberg, Raphael Sofaer, e Ilya Zhitomirskiy -, «hanno passato serate intere a costruire un “makerbot”, cioè un robot che costruisce le cose, equivalente geek del “rifare il mondo”, anche se si tratta di un robot che è stato costruito e che si incarica di rifare il mondo a sua volta”).

Le discussioni sono andate avanti e a un certo punto i quattro hanno cominciato a immaginare a che cosa poteva assomigliare una rete sociale decentrata, arrivando quindi a concepire il Progetto Diaspora.

Il progetto ormai è ospitato su Kickstarter.org, un sito di crowdfunding  che permette agli imprenditori e ai creativi di raccogliere dei fondi per finanziare le proprie idee, proponendo degli obbiettivi, delle scadenze e degli eventuali ritorni economici sugli investimenti per coloro che li aiutano a finanziare i loro progetti.

Nel caso di Diaspora – precisa RWW – il progetto è riuscito finora a raccogliere i 10.000 dollari che servivano per sviluppare il codice circa un mese prima del limite che  era stato fissato.

>Una open source di nuova generazione
La prossima tappa sarà costituita dallo sviluppo effettivo del codice, che sarà mezzo a disposizione del pubblico con una licenza open source aGPL, una variante di licenza GPL che corregge i ripetuti abusi che è possibile commettere con quest’ ultima.

Piuttosto che un portale unico come Facebook, Diaspora è una rete distribuita, in cui dei computer distinti si connettono gli uni agli altri direttamente, senza passare per un server centrale.

Una volta messa in piedi, la rete potrebbe aggregare le informazioni che vi riguardano, compreso il vostro profilo  Facebook se lo desiderate. E potrebbe anche ‘importare’ dei tweet, dei flussi RSS, delle foto e così via, allo stesso modo di un aggregatore sociale come Friendfeed.

Il meccanismo alla base della piattaforma è piuttosto complessa, tanto che gli ideatori di Diaspora pensano di offrire una soluzione a pagamento “chiavi in mano”, sul modello di WordPress, la piattaforma di blog.

Chi volesse delle informazioni più approfondite sul progetto può dare un’ occhiata, fra l’ altro,  agli scambi di osservazioni fra Luis Villa, di Mozilla, e l’ équipe di Diaspora.

Macrobiotica. Riflessioni e critiche.


Dopo qualche perplessità – non poche – ho deciso di dedicare una pagina del blog alla macrobiotica, ma non lo faccio per una tensione simpatetica nei confronti di questa disciplina, il motivo è un altro.

Personalmente per molte filosofie alimentari (o tutte?) presenti nella nostra società occidentale nutro molti sopetti e ho un  approccio critico nei loro confronti per vari motivi. Quello che distingue la macrobiotica da altri stili di vita è semplicemente il fatto che affonda le proprie radici in una cultura e in una tradizione di pensiero degni di attenzione. Avvicinarsi alla macrobiotica permette a chi è cresciuto in occidente di cogliere alcuni aspetti del pensiero orientale. E’ vero, lo si può fare attraverso la letteratura, la musica e altre forme di attività sociali, se vogliamo potremmo comprendere nell’elenco tutto lo scibile umano, ma questo è un blog di cucina e ho sostenuto fin dall’inizio che la cucina e l’alimentazione sono (o possono essere) rappresentativi di un’intera civiltà e, a più riprese, ho anche tentato di spiegarne il motivo.

Quel che non bisogna fare nell’approccio alla macrobiotica è credere davvero che essa possa essere l’insieme originario e originale delle filosofie e degli stili alimentari da cui trae principio. La macrobiotica nel suo integrare elementi di provenienza diversa che vanno dalla filosofia più primitiva dello Yin Yang passando per un certo Taoismo popolare per comprendere lo Zen giapponese (la forma originaria cinese si chiamava Ch’an) non è altro che una elaborazione artificiale e abbastanza arbitraria di usi e tradizioni alimentari antichi e moderni della cultura dell’estremo oriente.

Cogliere il senso dell’origine della macrobiotica con poche parole non è facile, occorrerebbe accostare il discorso circumnavigando il fenomeno puramente culturale per vederne gli aspetti generali in rapporto alle grandi trasformazioni avvenute sul piano sociale nel XIX secolo. Con poca modestia vi rimando alla letura di questo mio post http://musicapolitica.net/archives/489. Non è un caso che tra il XIX e il XX secolo siano nate tutta una serie di discipline o di fenomeni culturali estremamente specifici e specializzati, e dunque anche la cultura alimentare ha subito le stesse sorti. Se prima di una certa epoca storica usi e tradizioni apparivano integrati e inglobati nel tessuto del sistema sociale e venivano vissuti come fatti naturali, cominciano a sorgere in questo periodo divisioni e approci di studio che fanno emergere caratteristiche specifiche isolandone elementi da sottoporre a indagini specialistiche. Sviluppo che prosegue tutt’ora, basti pensare che sino a pochi decenni or sono non esisteva una sociologia dell’alimentazione, per limitarsi all’ambito del discorso qui affrontato.

La macrobitica va quindi intesa in quanto fenomeno sociale contemporaneo e non in quanto reale tradizione alimentare dell’estremo oriente. Le tradizioni e gli stili alimentari non nascono dalla volontà di un singolo studioso o di un chichessia personaggio, ma da un’insieme di fattori che comprendono caratteristiche territoriali (le sue risorse disponibili, p. es.), credenze, pratiche sociali, ecc. ecc..

Se posso permettermi un raffronto direi che la “macrobiotica” sta alle “tradizioni alimentari orientali” come la “dieta mediterranea” sta alla “cucina mediterranea”. La “dieta mediterranea” è un’invenzione dei giorni nostri (nata come oggetto di business) mentre la “cucina mediterranea” non è altro che il prodotto sedimentato delle pratiche culinarie, della disponibilità dei prodotti ecc. presenti nel bacino del Mediterraneo.

Ritengo poco onesto “vendere” la dieta macrobiotica, e il suo contorno filosofico, come prodotto capace di elevare l’uomo ad un grado di coscienza superiore o cosmica, o alla realizzazione spirituale e ancor peggio come sistema alimentare più appropriato per conservare il corpo in buono stato di salute. Se non altro la dieta mediterranea non ha, per quanto io ne sappia, la pretesa di raggiungimento di una coscienza superiore sia di tipo spirituale che ecologico o d’altro ancora. Di quest’ultima ho l’elementare, ma chiara, consapevolezza che si tratti solo di un prodotto della cultura borghese inventato per la promozione del business delle risorse locali.

Altra cosa sono, invece, la pratiche, le tradizioni e i caratteri alimentari, anche di antica origine, contenuti nel complesso della filosofia macrobiotica, e sono questi elementi a risultare interessanti per un approccio culturale e, perché no, di possibile ispirazione e contaminazione nella nostra cucina.

Di seguito propongo alcuni riferimenti utili per approfondire la conoscenza della “macrobiotica” nei suoi aspetti generali dai quali non si può prescindere per una corretta comprensione. Insomma non è possibile avvicinarsi alla cucina macrobiotica senza vederne il contesto culturale. L’imporante è non farne… indigestione.

  • Sito particolarmente interessante nel suo insieme e non solo per quanto riguarda informazioni specifiche sul macrobiotico

http://www.benessere.com/alimentazione/arg00/macrobiotica.htm

  • Il testo che segue potrebbe ritenersi, relativamente elle risorse presenti in Rete, un po’ una summa del pensiero macrobiotico odierno. Non lasciatevi ingannare dal titolo, non è un ricettario.

http://www.scribd.com/doc/52409015/Guida-completa-alla-dieta-macrobiotica-H-Aihara

Inutile dire che è sufficiente fare una ricerca anche abbastanza superficiale in Iternet per ottenere tutta una serie di risultati sull’argomento, quindi preferisco indicarvi riferimenti un po’ più impegnativi. Quello che segue è un testo abbastanza esauriente (per quanto possa esserlo un singolo scritto sull’argomento) non specificamente rivolto alla macrobiotica, ma più in generale sull’approccio naturista dell’alimentazione.

  • Il testo risiede su questo sito http://grillipedia.a.wiki-site.com/index.php/Pagina_principale Non penso, come affermano gli autori, vi sia un boicotaggio nei confronti di questi argomenti, in ogni caso vi invito alla lettura, cum grano salis. Cliccando sul link sottostante potrete soltanto visionarlo oppure scegliere di scaricarlo.

Manuale_pratico_di_medicina_naturale

Vegan. La rivoluzione bolle (solo) in pentola


Prima di inoltrarmi in una critica al vegan come filosofia alimentare permettetemi una breve premessa che serve anche da chiarimento ad alcune nozioni espresse in precedenza.

Ho precisato qui (Menù vegetariano) che scelte alimentari di tipo sostanziale dovrebbero essere determinate non da motivi filosofici, bensì da motivi razionali. Ho anche affermato che la mia filosofia in ambito nutrizionale ha una tendenza al vegetaranianismo. Potrebbero essere apparentemente due affermazioni contraddittorie. Sarebbe un’osservazione valida farmi notare che nella prima asserzione si mettono in opposizione filosofia e scelte razionali come se l’una escludesse l’altra, non solo, nella seconda asserzione dichiaro di avere una filosofia “alimentare”. Messa così pare esserci qualcosa d’inconguente.

Faccio notare che nella prima asserzione parlo di scelte sostanziali e non di semplici stili alimentari ed è un distinguo non di poco conto, i confini tendono senz’altro a confondersi, ma delimitano due approcci ben diversi. Inoltre non è detto che esista un’opposizione tra filosofia e scelta razionale. Una filosofia può non essere basata su scelte razionali ed essere soltanto indicativa di un’insieme personale di norme e gusti, come nel nel caso in questione, oppure, al contrario, prevedere solo principi razionali e seguire un intricato percorso di arfomentazioni e dimostrazioni. Per liquidare eventuali malintesi devo precisare che nel caso suddetto mi sono servito del termine filosofia in modo del tutto spicciolo, come può essere l’affermazione – la mia filosofia è non darmi mai per vinto prima di averle tentate tutte – .  E’ evidente che in quella sede col termine filosofia non intendevo la costruzione di un visione della realtà basata su modelli logici congruenti, ma un modo di intendere determinati fatti attraverso un pensiero proprio.

Chiarito questo passo a qualche considerazione sparsa sul veganismo. Le mie osservazioni sono rivolte soltanto all’aspetto politico ed economico, non essendo competente per trattazioni mediche o sanitarie, ma non escludo, e difatti esiste una saggistica in proposito, che vi siano anche inconsistenze di ordine medico scientifico.
Il veganismo, a detta dei suoi stessi sostenitori, è una sorta di vegetararianismo radicale che si esprime non solo in una serie di critiche fondate su ragioni politiche, economiche e ambientaliste, ma anche in uno stile di vita. Soprattutto quest’ultimo criterio la rende peculiare e ne fa una specie di filosofia (nell’accezione più profonda) e addirittura una sorta di comportamento religioso, con i suoi rituali e il suo culto.

La filosofia vegan non è solo enfatizzazione della critica al consumismo e alle sue storture, ma diventa esaltazione fanatica. Il veganismo non si accontenta di non fare uso di carne animale, ma esclude prodotti derivati che hanno soltanto una lontana e indiretta relazione con gli animali. Se personalmente trovo razionale e sensato, per esempio, eliminare lo sterminio degli agnelli in periodo pasquale, pratica veramente irragionevole e inutile, che ormai non ha più nessun legame con la tradizione religiosa giudaico-cristiana, se non in qualche fanatico fondamentalista, non vedo nessuna ragionevolezza nel non fare uso della lana. So bene che il principio sarebbe quello di evitare qualsiasi forma di sfruttamento del regno animale, ma chissà per quale ragione sembrano non fare caso allo sfruttamento dell’uomo nel sistema borghese capitalistico. E’ immorale per gli esseri umani arrecare sofferenza agli animali, ma dimenticano abbastanza facilmente che il loro sistema non prevede una rivoluzione per l’abbattimento di tale sistema, che è esattamente alla radice di tutti gli sconquassi ambientali di cui si lamentano.

Non voglio intrattenermi sulle divergenze filofofico-morali che esistono anche tra i vegani, cerco di rifarmi più ampiamente ad alcuni principi generalmente condivisi tra loro.
Ciò che più mi sorprende, per esempio, è l’idea che debbano esistere diritti per gli animali indipendentemente dalla  possibilità di dimostrarne un grado di coscienza che li renda consapevoli delle sofferenza arrecategli, come se non ci fossero gradi di evoluzione cerebrale nella scala evolutiva. I più fondamentalisti giungono a sostenere che non si debba fare uso nemmeno degli invertebrati. E perché non sostenere come fanno i convinti assertori dell’aura Kirlian che i vegetali possano “sentire” la presenza umana. Se le piante di casa capiscono quando ci avviciniamo per reciderle oppure se abbiamo sentimenti benevoli nei loro confronti perché dovremmo mangiare l’insalata?

Ovviamente queste sono fesserie, ma non lo è il comprendere la differenza tra un delfino e una gallina, oppure tra uno scimpanzè e una rana. Dove inizia la consapevolezza del dolore o la coscienza della sofferenza? E’ ovvio che risposte in un senso o nell’altro per ora non esistono e tutto dipende da una scelta personale (come la religione, per l’appunto). Le cose si complicano ulteriormente quando cominciamo a distinguere tra l’arrecare sofferenza o semplicemente l’abbattere un animale per ragioni alimentari. Da donatare che non ho usato la locuzione “arrecare sofferenze inutili”, anch’io sostengo che non esistano in questo caso sofferenze utili (o inutili), la sofferenza è sofferenza (quando c’è). Esiste, però, differenza tra martoriare un vitellone al macello e abbatterlo in modo indolore? Tra il rispetto degli animali e  il riconoscimento di diritti intrinseci all’esistenza?

Non intendo addentrarmi in temi così complessi anche per il motivo che non hanno una conclusione e che non si giungerebbe ora come ora ad una ragione definitiva del pro o del contro. Chiudo la questione con un’ultima osservazione che va al di là di questioni etiche e naturali: credere che il sistema del profitto si possa trasformare non utilizzando prodotti provenienti dallo sfruttamento degli animali non è un po’ come credere di eliminare lo sfruttamento capitalistico dell’uomo distruggendo i macchinari che servono alla produzione? Non è come pensare che distruggendo i computer si possa eliminare il controllo dell’informazione? Gli esempi potrebbero andare avanti per pagine è chiaro, quel che mi pare fanciullesco è la convinzione che i vegani coltivano non nel perseguire il riconoscimento di diritti agli animali, ma l’idea che lo stato di cose attuali possa essere trasformato evitando di mangiare uova e di bere caffé (il té si, chissà mai perché?).

Tav o no?


Tratto da http://www.historiamagistra.it/hm/index.php?option=com_idoblog&task=viewpost&id=238&Itemid=147

Questo contributo cercherà di affrontare il problema dell’impatto ambientale della TAV/TAC con un approccio diverso dall’usuale: partirà infatti da quello che è, secondo noi, il quesito fondamentale  a cui occorre rispondere, nel valutare l’impatto ambientale della nuova opera: se essa non modifichi drasticamente la destinazione del territorio,  trasformandolo da quello che è attualmente in un corridoio di  servizio industriale.
La zona in discussione non è una valle alpina periferica, ove si trovi qualche rara forma di vita, di cui preoccuparsi per conservare il patrimonio delle specie; è parte integrante dell’area metropolitana torinese, da cui deriva la propria vitalità economica. Si tratta, in altre parole, di una zona mista, in cui l’aspetto residenziale gioca un ruolo determinante, e che si regge su un delicato equilibrio di fattori potenzialmente conflittuali.
Per questo motivo la Comunità Montana e i singoli comuni hanno da tempo elaborato una politica di valorizzazione del territorio che punta sul suo carattere di cerniera tra città e campagna; in altre parole, sui seguenti elementi:

la  presenza di verde, la vicinanza di parchi di interesse naturalistico, la felice esposizione, la quiete notturna, la disponibilità di asili e scuole inferiori per un popolo di pendolari relativamente benestanti;
la potenzialità culturale e ambientale di attività turistica, per cui si sta attrezzando il territorio con una serie di strutture ricettive, quali punti di accoglienza e aree attrezzate, con campagne di promozione di prodotti tipici, con l’organizzazione di feste e fiere paesane etc.

Questo secondo punto non è irrilevante. Nei discorsi dei politici che dall’esterno si sono avvicendati a spiegare la situazione presente e futura del territorio, l’unica forma di turismo presa in considerazione sembra essere quella legata all’industria dello sci. In realtà, la bassa valle possiede un patrimonio di monumenti storici di grande interesse culturale – il circuito delle abbazie medievali,  l’impianto romano e i monumenti di Susa, il borgo medievale di Avigliana, ed altri –  che può integrare l’offerta turistica complessiva della  zona. Inoltre, la  bassa valle di Susa offre una forma di turismo familiare più accessibile sotto il profilo del costo, che riscuote successo. Se qualcuno ha dei dubbi, può venire a controllare in occasione di una delle tante sagre locali.  Il giro di affari non comporta cifre dell’ordine delle decine di migliaia di miliardi, come le grandi opere costruite con il denaro pubblico, ma è un elemento importante nell’equilibrio economico della zona. Non stiamo ad enumerare le forme di attività che vi ruotano attorno; pensiamo che siano facilmente immaginabili.
Venendo ora al rapporto che intercorre tra l’esistenza di vie di comunicazione e la realtà appena descritta, esso è di natura ambivalente. Per un verso, l’esistenza delle strade statali 24 e 25 e di una linea ferroviaria abbastanza ben servita ha favorito il carattere metropolitano della zona, come è ovvio; basta osservare l’evoluzione degli insediamenti abitativi nell’ultimo secolo, per rendersi conto della connessione tra i due fattori. Il progressivo aumento di traffico, con il conseguente inquinamento chimico e acustico, tende tuttavia ad annullare la vivibilità  della zona, e quindi l’insieme dei suoi motivi di decorosa sopravvivenza.
Nella bassa valle esiste anche un grave problema di inquinamento chimico dei terreni. Negli anni ’90 del secolo appena trascorso, è stato dato il permesso a una acciaieria di seconda fusione  posta al confine tra i comuni di S. Didero e Bruzolo, più o meno a metà della bassa valle, di espandere  la sua produzione fino a raggiungere un volume annuo circa dieci volte più alto di quello dei decenni precedenti. L’autorizzazione è stata concessa senza alcuno studio delle conseguenze che si sarebbero avute sui terreni, sulla produzione agricola, e sulla salute della popolazione, in un clima di totale complicità tra azienda, potere politico ed enti di controllo. Il risultato  è che l’acciaieria emette più microinquinanti organici clorurati (diossine o diossine-simili) di quanto farebbero una ventina di megainceneritori moderni che operassero nelle peggiori condizioni previste dalla legge. I terreni circostanti all’acciaieria sono inquinati in misura significativa fino a una distanza di circa 10 km in direzione est e in direzione ovest. La concentrazione di inquinanti nella zona centrale è attorno al valore limite consentito  per le diossine – lo supera in una zona ristretta –  e decisamente al di sopra per quanto riguarda le concentrazioni di policlorodifenili. Queste risultano dieci volte maggiori, sia nel valore medio, sia nel valore massimo, rispetto al resto del territorio piemontese, e nel  punto peggiore superano di  cinquanta volte il valore massimo di legge.
Tra questi dati e il progetto di una nuova linea ferroviaria in valle di Susa ci sono relazioni di diverso carattere.

Un legame è immediato. Una volta eliminata o ridotta l’intensità sorgente, l’unico modo per contenere gli effetti negativi della presenza di microinquinanti nel terreno consiste nel lasciarli adsorbiti  alle componenti carboniose del suolo, visto che la decontaminazione è di fatto impossibile. I tempi di emivita di queste sostanze si misurano in decenni, ma non essendo solubili hanno una mobilità molto ridotta. Ebbene, tutte le opere all’aperto della nuova linea – i viadotti, i tratti in rilevato, la duplice interconnessione con la vecchia linea, le piattaforme di terra per i binari di stazionamento – sono collocate nella zona di massimo inquinamento dei terreni. Le nubi di polvere che sarà inevitabile sollevare per anni nelle imponenti operazioni di movimento terra, saranno le più tossiche tra quante sono state mai  prodotte in un cantiere.
Il secondo legame è di natura generale. La condizione della valle è già critica e richiederebbe interventi di risanamento, prima che il sommarsi di elementi negativi provochi un tracollo residenziale e agricolo. Non è credibile, per quante banalità vengano dette, che un’opera delle dimensioni della nuova linea ferroviaria risulti compatibile con un programma di risanamento, o anche solo di mantenimento dello stato attuale della valle.

I comuni della basse valle di Susa e la Comunità che li rappresenta si oppongono alla realizzazione della Torino-Lyon perché ritengono che la nuova infrastruttura avrà sul loro territorio un effetto devastante, sia in fase di costruzione sia in fase di esercizio, complementare a quello delle infrastrutture che già esistono. Per essere chiari, pensano che essa priverà di valore le zone che si sono fino ad ora salvate e ridurrà a nulla le politiche di sviluppo del territorio perseguite in questi anni.
L’impatto sul territorio della valle di Susa dei cantieri, dei depositi, del movimento terra nella fase di costruzione, sarà il più alto fra quelli di cui siamo a conoscenza. In valle di Susa,  come conseguenza di questo insieme di opere di scavo, si troveranno sul territorio della bassa valle – su una striscia di terreno larga un paio di km e lunga circa 40,  tralasciando la gronda attorno a Torino, che ha caratteristiche diverse –  più di una decina di cantieri e una quindicina di depositi di materiale di scavo, dispersi un po’ ovunque. I siti saranno tra loro connessi in vario modo, per camion ovviamente, ma anche per mezzo di nastri trasportatori. E’ del tutto evidente che lo schema del trasporto di materiale avrà le caratteristiche di una rete e investirà l’insieme del fondovalle.
Si possono stimare alcune conseguenze di tutto questo movimento di mezzi e di terra. Per quanto riguarda l’inquinamento dovuto alla combustione delle macchine da cantiere e dei motori dei mezzi di trasporto, la valutazione più semplice consiste nel confrontarlo con quello dovuto al passaggio dei camion sull’autostrada, che basta già a provocare situazioni critiche. Sulla autostrada passano al momento attuale circa 4000 camion/giorno; ci si può rendere conto con un semplice calcolo che un tale flusso giornaliero comporta che si trovino in movimento contemporaneamente, sui 40km del fondovalle, un centinaio di camion. Il numero di mezzi in moto tra i cantieri e le discariche, tra i cantieri e i posti di produzione del cemento, oppure all’interno dei cantieri stessi, non può che essere dello stesso ordine di grandezza; come minimo assommerà a diverse decine. E poiché una macchina in regime transitorio inquina di gran lunga più di una macchina in moto a velocità costante, l’effetto di questo composito movimento risulterà equivalente, più o meno, a un raddoppio dei passaggi dei camion sull’autostrada, per una decina di anni, o probabilmente per un tempo più lungo. Niente male, quando si rifletta che una delle motivazioni più sbandierate dai fautori della nuova infrastruttura è quella di salvare gli abitanti della valle, che lo vogliano o meno, dagli effetti nocivi del particolato emesso dai TIR.
Vi è inoltre il problema che il materiale estratto può contenere sostanze pericolose, in particolare amianto e uranio, la cui presenza è certa nelle rocce ove verrà scavato il tratto di galleria tra Grange di Brione e Borgone. Su questo argomento ci limitiamo a osservare che le affermazioni sulla perfetta gestibilità di queste sostanze pericolose sono a un tempo ovvietà – si può dire altrettanto di qualsiasi materiale, fosse anche plutonio –  e mistificazione. Perché qui non si tratta di bonificare un sito, dove la presenza della sostanza nociva è certa e l’obbiettivo da realizzare è la sua rimozione in condizioni di sicurezza. Nel nostro caso l’obbiettivo è quello di divorare centinaia di metri cubi di roccia ogni giorno, all’interno della quale può o no trovarsi fibra di amianto e minerale uranifero; occorrerebbe valutare quali sono le probabilità di disperderne una parte nell’ambiente, e con quali conseguenze. Si tratta di  un tema che andrebbe affrontato in termini di analisi del rischio, dopo aver fissato il numero di morti nei prossimi trent’anni che si considera accettabile, e in base a questo numero occorrerebbe individuare le modalità di lavoro e un protocollo di controlli, tale da rendere improbabile che il numero venga superato. Non è stato fatto niente di simile.
Infine, sarebbe necessario tener conto dei problemi connessi con la produzione e il trasporto degli inerti necessari per il calcestruzzo. Tuttavia, ci sembra che gli elementi fino ad ora ricordati siano sufficienti a chiarire la prospettiva della bassa valle: per un paio di decine di anni, a andar bene, si avrà tra Venaus e Grange di Brione una tale commistione di abitati, cantieri, discariche, che i trentamila abitanti avranno l’impressione di vivere in un cantiere unico, per di più frequentemente spazzato da venti violentissimi. Che il tutto possa procedere con regolarità ci sembra da escludere, tanto più che la nube di polvere che avvolgerà spesso la valle sarà legittimamente sospettata di contenere sostanze fortemente nocive. Vi saranno proteste, iniziative legali, blocchi di cantiere e scontri. Se nonostante questo, l’opera andrà avanti per la complicità delle forze politiche, per l’asservimento degli enti di controllo, per l’aiuto delle truppe antisommossa, accadrà che il settore benestante della popolazione tenderà a spostarsi da altre parti, innescando un processo di impoverimento progressivo della zona, dai lineamenti ben noti. La valle di Susa perderà sia il carattere residenziale sia quello turistico, da scampagnata fuori porta, che la caratterizza. Noi pensiamo che prima o poi anche il processo di costruzione della linea finirà coll’impantanarsi nell’inevitabile situazione di attrito. L’esito più probabile  è che accadano l’una e l’altra cosa, così che le conseguenze di questo progetto devastante, portato avanti dai suoi promotori nel più totale disprezzo dei fatti tecnici e dei diritti altrui, sarà duplice: l’aver distrutto l’equilibrio di un territorio ove vivono decine di migliaia di persone, e l’aver aperto un pozzo senza fondo per i conti pubblici. E’ anche vero che i promotori e i loro soci saranno divenuti più ricchi.